La cura. Tra spazio e tempo.

di: Valentina Taddeo

 

 

C'è stato un tempo in cui, di fronte a qualcosa che non funzionava nelle mie relazioni, la mia prima reazione era chiudere. Lo facevo d'impulso, spesso senza concedermi il tempo di capire che cosa stessi davvero provando. Bastavano una delusione, un'incomprensione o una parola fuori posto per convincermi che fosse meglio interrompere tutto. Era una forma di autodifesa, probabilmente: un modo per anticipare il dolore, sottrarmi alla paura di essere ferita e riprendere il controllo di situazioni che non riuscivo a gestire.

Non mi rendevo conto, però, che nel tentativo di proteggere me stessa finivo per ferire anche chi mi stava accanto. Persone che, forse, avevano bisogno soltanto di un confronto, di una spiegazione o di qualche giorno per ritrovare un equilibrio.

Mi è servito tempo per capire che le altalene emotive possono trasformarsi in una trappola: si desidera qualcosa e subito dopo se ne ha paura; si cerca vicinanza, ma al primo ostacolo si crea distanza. Si confonde il bisogno di proteggersi con quello di fuggire, finendo per sabotare proprio ciò che si vorrebbe custodire.

Con il tempo ho imparato che la maturità affettiva passa anche da un gesto apparentemente semplice, ma tutt'altro che facile: fermarsi e ammettere di aver sbagliato. Riconoscere di aver reagito d'impulso, di aver pronunciato parole troppo grandi per un momento di rabbia, di aver rischiato di compromettere qualcosa senza concedergli nemmeno il tempo di essere compreso.

Perché amare richiede coraggio. Non solo quello di dichiarare un sentimento quando tutto è semplice, ma soprattutto quello di restare presenti quando le cose si complicano. Significa accettare che non tutto possa essere risolto subito e che possano esserci incomprensioni, paure, differenze e momenti difficili da attraversare.

La maturità, a volte, sta proprio nel non trasformare ogni difficoltà in una ragione per andarsene. Nel saper dire: «Ho sbagliato, ho reagito male, ho bisogno di fermarmi e capire». Nel concedersi tempo, invece di pronunciare sentenze definitive sull'onda di un'emozione.

Perché è profondamente disorientante passare, nell'arco di poche ore, dal dire di credere in un «noi» al desiderio improvviso di chiudere ogni possibilità. Soprattutto quando non si lascia spazio nemmeno a una via di mezzo: un confronto, qualche giorno per respirare, la volontà di ritrovarsi quando la rabbia avrà lasciato posto alla lucidità.

La comprensione può aiutare a riconoscere le fragilità dell'altro, ma non impedisce di esserne feriti. E, prima o poi, anche la comprensione lascia spazio alla delusione. Non necessariamente per la scelta di chiudere, che resta una libertà individuale, ma per la facilità con cui si può rinunciare a qualcosa che, fino a poco prima, si dichiarava importante.

Naturalmente, restare non significa accettare tutto, sacrificare se stessi o giustificare qualsiasi comportamento. Significa, piuttosto, riconoscere che una relazione non è fatta solo di momenti in cui tutto coincide, ma anche della disponibilità reciproca ad affrontare ciò che non funziona.

Forse è questo il significato più autentico di una frase che troppo spesso si pronuncia con leggerezza: «Affronteremo tutto insieme».

Quel tutto non può valere soltanto quando le circostanze sono favorevoli. Deve avere significato anche nei giorni storti, nelle conversazioni difficili, nei momenti in cui si vorrebbe scappare ma si sceglie, prima di tutto, di provare a capire.

Perché non sempre si può salvare una storia, e non sempre restare è la scelta giusta. Ma prima di andare via bisognerebbe avere il coraggio di chiedersi se si stia davvero scegliendo di chiudere o se, ancora una volta, si stia soltanto cercando di fuggire dalle proprie paure.

La maturità nell'amare, forse, è tutta qui: imparare a non distruggere d'impulso ciò che si desidera costruire con consapevolezza. E capire che, a volte, il gesto più coraggioso non è andarsene, ma avere l'umiltà di riconoscere un errore, fermarsi e provare ad affrontare insieme ciò che fa paura.

I sentimenti non sono oggetti da riporre o abbandonare a seconda dell'umore del momento. Sono qualcosa che viene affidato, condiviso e alimentato dalla fiducia e dalla presenza reciproca. Meritano attenzione, rispetto e delicatezza, soprattutto quando attraversano una fase di fragilità.

Bisognerebbe imparare a custodire i legami, a non dare per scontato chi ci sceglie, a non lasciare che l'orgoglio, la paura o un momento di rabbia abbiano l'ultima parola su ciò che conta davvero.

Perché i legami si costruiscono nel tempo, con fiducia e cura quotidiana. Ed è proprio per questo che meritano di essere preservati, anche quando le emozioni si confondono e il cammino si fa più difficile. Ciò che ha valore non dovrebbe mai essere lasciato all'impulso di un momento, ma affidato alla consapevolezza di ciò che si desidera davvero proteggere.

 

Perché l'amore sarà anche una follia, come diceva Gabbani, ma la vita non aspetta che troviamo il coraggio di viverla...

 

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